I minori si educano prima di punirli
Aggiornamento: 2 giorni fa
Molte sono le insicurezze che viviamo, come invita a considerare la dodicesima Settimana dell'Accoglienza, promossa dal CNCA, il Coordinamento nazionale comunità accoglienti. Tra esse, certamente la sicurezza urbana, in particolare, attira l'attenzione mediatica. Un ruolo negativo in proposito viene attribuito a comportamenti giovanili di gruppo. Si parla così diffusamente di baby gang, di gruppi di maranza che praticano aggressioni, violenze, danni a persone e cose.
La narrazione mediatica, però, si discosta da ciò che accade nella realtà (talvolta distorcendola). Numerose ricerche, come il rapporto «Disarmati» di Save The Children del 2024, evidenziano che i reati compiuti da minorenni sono prevalentemente costituiti da rapine (quasi 4000 arrestati, il doppio rispetto al 2019, prima della pandemia), risse (circa 1000 arresti, il doppio rispetto al periodo pre-covid) e minacce personali (1900 arresti, anche in questo caso in notevole aumento). I reati compiuti in gruppo esistono — come attesta anche il report del Ministero dell'interno «Criminalità minorile e gang giovanili» del 2024 — ma la presenza di gruppi organizzati (le cosiddette gang) è circoscritta, in particolare, alle grandi aree metropolitane e non è in aumento.
Cresce l'utilizzo, da parte dei ragazzi, di armi, in particolare da taglio. Secondo dati del Ministero della giustizia i minorenni indagati per possesso di armi bianche o spranghe sono raddoppiati dal 2018 al 2024: da due a quattromila. Il numero di delitti in cui le armi sono state effettivamente usate è rimasto però quasi uguale (da 684 a 734 casi in sei anni). I ragazzi girano più armati ma non usano necessariamente le armi. Sono, inoltre, significativi i dati di minori che subiscono violenze: nel 2024 7200 in Italia (228 in Trentino-Alto Adige), secondo l'ONG Terres des hommes.
Siamo dinanzi, quindi, ad alcune evidenze. Innanzitutto (come in altri ambiti: salute, scuola, lavoro) occorre constatare come la pandemia abbia segnato uno spartiacque anche nei comportamenti giovanili. In secondo luogo, i dati riportati si riferiscono agli arresti di minori, aumentati in modo importante a seguito di misure legislative introdotte nel 2023 (decreto «Caivano»), nel '24 e nel '25 (decreti sicurezza). Tali misure legislative hanno esteso l'area della punibilità, aumentando il numero di arresti.
Il gruppo — da sempre luogo privilegiato di vita in adolescenza — non è la modalità prevalente con la quale i giovani compiono reati. Le baby gang esistono, ma sono connotate da specifici rituali e regole di affiliazione non comuni a tutte le aggregazioni giovanili. Dinanzi a tale quadro è importante porci come adulti (genitori, insegnanti, operatori sociali e della giustizia, amministratori locali, ricercatori e comunicatori) in una prospettiva che permetta di comprendere (non giustificare) e rispondere da adulti.
In tal senso, pare necessario affermare che la prima, irrinunciabile e doverosa, risposta ai comportamenti giovanili devianti, che generano insicurezza, debba essere educativa. I minori si educano, prima di punirli. Va ripristinato oggi un equilibrio perduto (in termini culturali, di misure legislative e di investimenti) tra risposta penale e educativa, oggi ritenuta marginale. E ciò in un Paese che può, a ragione, vantare una tradizione riconosciuta a livello internazionale di cultura educativa nell'ambito del diritto penale minorile, dal «giudice educatore» Gian Paolo Meucci in poi.
Educazione con questi minori significa concretamente allestire situazioni, luoghi e percorsi di riparazione, orientamento personale, impegno in opportunità scolastiche e formative, relazioni e interventi con le comunità locali per la cura di beni comuni. Queste azioni — in parte già in atto — devono costituire il compito principale degli adulti. Se di povertà educativa si tratta, essa non riguarda unicamente i minori. Povera è la capacità educativa degli adulti, nei loro diversi ruoli sociali. Crediamo di sapere e di saper vivere, di saperlo insegnare ma non anmmettiamo la nostra radicale inadeguatezza.
Per uscire da questo atteggiamento inconsapevole non serve autocolpevolizzarsi, occorre prendere atto della realtà, nominare il problema per come realmente è: la società adulta non riesce ad esercitare il proprio ruolo e, così facendo, impoverisce le vite di molti minori. Occorre non sottrarci al compito educativo e percorrere tratti di strada insieme ai ragazzi. Senza confondere i ruoli (genitori, agenti di polizia locale, insegnanti, assessori) ma stando tutti con i ragazzi e le ragazze nei concreti percorsi educativi. Così ci educhiamo e li educhiamo; permettiamo a loro ed a noi di imparare e crescere.
Piergiorgio Reggio Università di Verona Presidente della cooperativa Progetto 92
editoriale apparso su l'Adige del 29 settembre 2929, pagg, 1 e 39
Immagine: Easy-Peasy.AI - AI Image Generator




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